Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Blog di Frank Cavallo: storie nere e magia urbana
Napoli · Cinema

Napoli... i 5 della squadra speciale

Il cinema “di genere”, quello che per decenni è stato chiamato cinema popolare accompagnando spesso l’aggettivo con una smorfia di superiorità, era fatto prima di tutto da professionisti capaci di offrire al pubblico un’ora e mezza di ciò che il pubblico si aspettava, trovando però quasi sempre qualche espediente per sorprenderlo. Non necessariamente grandi autori, non necessariamente grandi film: gente che conosceva il mestiere, conosceva gli spettatori e soprattutto conosceva le regole del gioco.

Napoli... i 5 della squadra speciale

"Napoli... i 5 della squadra speciale", diretto da Mario Bianchi nel 1978, appartiene alla fase tarda del poliziottesco, quando il genere ha già codificato quasi tutto e può quindi permettersi di assemblare i propri elementi con una sfacciataggine che oggi appare quasi commovente. Il titolo, da solo, è già una dichiarazione programmatica: c’è Napoli, ci sono i puntini di sospensione, c’è un numero scritto in cifra, c’è la “squadra speciale”. Bastano poche parole per dire allo spettatore che cosa sta comprando. È marketing prima ancora che cinema, ma è un marketing perfettamente consapevole del prodotto.

La storia parte da un rapimento, quello dell’ambasciatore americano, e arriva addirittura a un contenitore di plutonio scomparso, mentre sullo sfondo agiscono camorra, corruzione e interessi internazionali. Per affrontare la situazione viene costituito un gruppo guidato dal commissario Borri, interpretato da Enrico Maisto, affiancato da uomini che hanno già avuto problemi con la disciplina e con le regole. A loro si aggiunge Morgan, killer americano interpretato da Tommaso Palladino, mentre Richard Harrison è Marcello Arcangeli. Il meccanismo narrativo contiene già il tradimento: dietro il sequestro e il plutonio si muovono il camorrista Eduardo Mancuso e l’insospettabile funzionario Venanzi, mentre Morgan gioca una partita diversa da quella dei suoi compagni.

Sulla carta sembra quasi un Mission: Impossible passato attraverso i Quartieri Spagnoli e finanziato con quello che era rimasto in cassa.

Mario Bianchi infatti dispone di mezzi modesti e si vede. La messa in scena è sbrigativa, alcuni passaggi della sceneggiatura sono tirati via, gli attori hanno pesi molto diversi e il film non possiede né la furia cinetica di Umberto Lenzi né quella capacità di trasformare la città in un organismo criminale che rende "Napoli violenta" qualcosa di più di un semplice poliziesco. Sarebbe quindi sbagliato rivalutare "I 5 della squadra speciale" fingendo che sia un capolavoro dimenticato. Non lo è. Una parte della critica contemporanea o successiva lo ha giudicato molto severamente proprio per la schematicità della trama, la recitazione discontinua e la povertà tecnica.

Eppure funziona. Funziona perché sa sempre che film vuole essere. Non perde tempo a giustificare la propria esistenza, non pretende prestigio, non cerca di travestire il racconto criminale da qualcos’altro. Prende figure riconoscibili — il commissario duro, l’ex poliziotto, il killer, il camorrista, il funzionario corrotto — e le dispone dentro una macchina narrativa costruita su rapimento, plutonio, agguati, doppi giochi e vendette. Persino la progressiva eliminazione dei componenti della squadra porta il film verso una conclusione più cupa di quanto il suo impianto da fumetto criminale lasci inizialmente prevedere.

È questo uno degli aspetti del poliziottesco che oggi rischiamo di perdere quando lo riduciamo alle Alfa Romeo lanciate sui marciapiedi, ai baffoni, alle P38 e ai commissari che urlano. Dietro quella superficie esiste quasi sempre un problema morale. Lo Stato può combattere il crimine utilizzandone i metodi? Che cosa resta della legge quando chi dovrebbe rappresentarla considera la legge stessa un impedimento? Dove passa il confine tra poliziotto e criminale quando entrambi esercitano la violenza?

Le risposte offerte da questi film erano spesso brutali, qualche volta reazionarie, altre volte sorprendentemente ambigue. Ma le domande c’erano. Anche "Napoli... i 5 della squadra speciale", sotto la confezione da exploitation, costruisce il proprio racconto intorno a uno Stato che per difendersi recluta uomini espulsi o marginalizzati proprio perché incapaci di rispettarne fino in fondo le regole. È una contraddizione molto più interessante di quanto sembri: la legalità, per sopravvivere, chiama in servizio l’illegalità, salvo scoprire che una volta cancellato il confine diventa difficile stabilire chi stia da quale parte.

Poi c’è Napoli.

Nel poliziottesco degli anni Settanta le città italiane cessano di essere semplici ambientazioni. Milano, Roma, Torino, Genova, Napoli diventano generi cinematografici. Mettere “Napoli” nel titolo significa promettere una determinata criminalità, determinate strade, determinati volti, un certo rapporto fra istituzioni e territorio. Nel 1978 il meccanismo è talmente riconoscibile che Bianchi può utilizzarlo quasi come un marchio commerciale. "Napoli... i 5 della squadra speciale" arriva infatti dopo "Napoli violenta", "Napoli si ribella" e "Napoli spara!" e nello stesso anno di "Napoli... serenata calibro 9": la città è ormai diventata una parola chiave del genere.

Ed è affascinante osservare i volti. Enrico Maisto, che qui passa dalla parte del commissario Borri, era stato anche il camorrista di "Napoli violenta" e il boss Andronico di "Napoli si ribella". Tommaso Palladino, qui Morgan, aveva interpretato proprio in "Napoli violenta" uno degli uomini della banda del Generale. Gli attori attraversano film diversi cambiando uniforme e schieramento e finiscono per costituire una sorta di compagnia permanente del poliziesco napoletano. Lo spettatore riconosce una faccia prima ancora di ricordarne il nome. Anche questo significa fare cinema popolare.

Forse è proprio questa la cosa che "Napoli... i 5 della squadra speciale" racconta meglio, quarantotto anni dopo la sua uscita. Racconta un'industria che produceva velocemente, inseguiva apertamente il successo altrui, riciclava formule, attori e situazioni, disponeva spesso di pochi soldi e qualche volta realizzava film mediocri. Però conosceva il proprio pubblico con una precisione impressionante.

Quei produttori non avevano bisogno di fingere che ogni film fosse un “evento”. Mario Bianchi non doveva reinventare il cinema. Doveva fare un poliziesco. Claudio Fragasso, Antonio Cucca e Bianchi dovevano inventare una storia abbastanza grossa da giustificare sparatorie, inseguimenti e cinque uomini messi insieme per una missione impossibile. Gli attori dovevano avere le facce giuste. Napoli doveva essere Napoli. Il titolo doveva convincere qualcuno a comprare il biglietto.

Tutto qui.

Che poi, a pensarci bene, tanto poco non è.

Perché Napoli... i 5 della squadra speciale resta un film imperfetto, derivativo, a tratti sgangherato, e proprio per questo costituisce un reperto quasi ideale di un modo di produrre cinema che abbiamo perduto. Non occorre trasformarlo retroattivamente in cinema d’autore per riconoscergli dignità. Basta guardarlo per ciò che voleva essere. Un film popolare.

Un prodotto costruito per il suo pubblico e per il suo tempo, con un titolo che sembra concepito cinque minuti prima di stampare il manifesto e una trama nella quale qualcuno ebbe il coraggio di mettere insieme Napoli, la camorra, un ambasciatore americano, una squadra di poliziotti irregolari e perfino del plutonio.

E scusat se è poc.

#poliziottesco #cinema #urban #grind

Resta aggiornato

Una mail ogni sabato con gli aggiornamenti di questo blog.

← Tutti gli articoli