Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Blog di Frank Cavallo: storie nere e magia urbana
Scrittura

Il caso dello scrittore assassino

C'è chi scrive per inventare e chi scrive per nascondere. Storie di autori che hanno seppellito una colpa dentro un romanzo, e di perché la pagina resta il confessionale più antico del mondo.

Il caso dello scrittore assassino

Immagina uno scrittore seduto davanti a una pagina bianca. Sta per raccontare un omicidio. Solo che quell'omicidio l'ha commesso lui, e nessuno lo sa ancora. La finzione diventa allora un posto strano: metà nascondiglio, metà confessionale. Un luogo dove puoi dire tutto proprio perché nessuno ti crederà.

La domanda che mi interessa non è morbosa. È letteraria. Perché chi ha qualcosa di terribile da nascondere sente il bisogno di scriverlo? Cosa cerca, nel gesto di trasformare la propria colpa in trama?

Non è una domanda nuova. Sant'Agostino scrisse le sue Confessioni per mettere ordine in una vita di eccessi, e da allora l'idea che raccontare significhi liberarsi ha attraversato secoli di letteratura. Solo che in quei casi la confessione era esplicita. Qui parliamo di qualcosa di più torbido: la confessione mascherata, quella che si nasconde dentro la finzione come una moneta cucita nell'orlo di una giacca.

Il polacco che raccontò il suo delitto tre anni dopo

Il caso più netto è quello di Krystian Bala. Il romanzo conteneva dettagli che solo l'assassino poteva conoscere. Gli investigatori li lessero come una firma.

C'è qualcosa di vertiginoso in questa storia. Un uomo commette un crimine perfetto, o quasi. Nessuna prova, nessun testimone. E poi, invece di sparire nel silenzio, scrive un libro. Lo pubblica. Lo mette in vetrina. Come se il vero movente non fosse mai stato il denaro o la vendetta, ma il bisogno di essere letto. Di essere, in fondo, riconosciuto.

Il particolare che rende il caso Bala un piccolo classico degli annali criminali è la vittima. Dariusz Janiszewski, il proprietario di un'agenzia pubblicitaria di Breslavia, era stato legato e torturato, poi gettato in un fiume. Il legame tra i due uomini era una donna. Bala aveva scoperto una relazione tra sua moglie e Janiszewski, e il romanzo conteneva una scena di omicidio con particolari — il tipo di corda, la posizione del corpo — che non erano mai stati resi pubblici. Un giornalista appassionato del caso segnalò le somiglianze alla polizia. Fu la letteratura, non la scientifica, a chiudere il cerchio.

Non è vanità. O non è solo vanità. È qualcosa di più antico, che ha a che fare con il peso insopportabile del segreto. Un segreto vuole uscire. Preme contro le pareti. E la pagina, per certi temperamenti, è l'unica valvola possibile.

La ragazza che diventò regina del giallo

Prendi Anne Perry. Prima di essere una delle più celebri autrici di crime britanniche, era una ragazza di nome Juliet Hulme. Il crimine che aveva commesso da adolescente — l'omicidio della madre della sua migliore amica, in Nuova Zelanda — restò sepolto per decenni.

Il delitto era del 1954. Juliet e la sua amica Pauline Parker, quindicenni legate da un'amicizia ossessiva, avevano ucciso la madre di Pauline colpendola alla testa con un mattone avvolto in una calza. Il piano era liberarsi dell'ostacolo che minacciava di separarle. Fu uno dei casi più discussi nella storia neozelandese, e le due ragazze finirono in carcere ancora minorenni.

Poi arrivò un film, Creature del cielo di Peter Jackson, a riportare tutto alla luce. Era il 1994. Nessuno, fino a quel momento, sapeva che la scrittrice di successo che vendeva milioni di copie e la ragazzina omicida di quarant'anni prima fossero la stessa persona. La rivelazione arrivò poco prima dell'uscita del film, quasi come un secondo colpo di scena della vita di Perry.

Qui il meccanismo si rovescia. Perry non confessò dentro i suoi libri. Al contrario: costruì una carriera intera raccontando delitti altrui, delitti immaginati, delitti risolti da detective vittoriani ordinati e implacabili. È come se, avendo vissuto il caos di un vero omicidio, avesse passato la vita a scrivere il suo contrario. Il crimine domato. La colpa messa in ordine. Il male che, alla fine di ogni romanzo, riceve una spiegazione e una punizione.

I suoi ispettori — pensa a Thomas Pitt, a William Monk — si muovono in una Londra fumosa dove ogni delitto ha una logica, un colpevole, una resa dei conti. È il rovescio esatto di quello che le era accaduto: un impulso adolescenziale, incontrollabile, senza spiegazioni razionali. Non so se questo sia esorcismo o riparazione. Forse sono la stessa cosa vista da due angoli diversi.

Le poesie del killer, stampate accanto alle barzellette

C'è un caso americano che mi ha colpito per la sua bizzarria quasi grottesca. Larry Via, un uomo che aveva ucciso durante una serie di aggressioni negli anni Settanta, scriveva racconti e poesie per una rivista di motociclisti.

Aveva inventato un alter ego, Dangerous Dave. Il dettaglio che trovo più inquietante è un altro.

Pensaci. La confessione più pericolosa era anche la più sicura, proprio perché mascherata da spazzatura da edicola. Nessuno cerca la verità in una rivista di racconti pulp. Nessuno si aspetta che un assassino firmi il proprio delitto in versi, e li spedisca a un giornale. Il camuffamento perfetto non è il silenzio. È il rumore.

Questo caso apre una questione che i teorici del giallo conoscono bene: la lettera rubata. Edgar Allan Poe l'aveva capito quasi due secoli fa. Nel suo racconto, il documento compromettente è nascosto nel posto più ovvio, in bella vista, ed è proprio per questo che nessuno lo trova. Larry Via applicò lo stesso principio senza saperlo. La sua colpa era pubblica, stampata, distribuita, e restò invisibile per quasi mezzo secolo. C'è una lezione sinistra in questo: a volte il modo migliore per seppellire una cosa è esporla al sole.

Perché la finzione è il confessionale più sicuro

Qui tocchiamo il nervo del tema. La letteratura offre a chi ha una colpa una protezione unica: la negabilità. Puoi scrivere "lei si voltò e il fucile partì" e poi, se qualcuno ti guarda storto, allargare le braccia. È un romanzo. È inventato. Sei tu che ci vedi cose.

Chiunque abbia letto molto crime sa che gli scrittori attingono di continuo alla realtà. Non c'è nulla di sospetto in questo. Ogni romanziere di gialli ruba pezzi di cronaca. La differenza, nei casi che ho raccontato, è che il pezzo di cronaca era il proprio.

La finzione, in questi casi, funziona come le edicole votive nei vicoli di Napoli. Metti la colpa dentro una piccola nicchia illuminata, la esponi allo sguardo di tutti, e proprio esponendola la rendi invisibile. Diventa arredo. Diventa paesaggio. La Madonna incassata nel muro accanto al motorino parcheggiato non la nota più nessuno. È lì da sempre. Fa parte del quartiere.

C'è anche un aspetto giuridico che merita attenzione. In un tribunale, un romanzo non è una prova. È al massimo un indizio, un frammento che va incastrato con altro. Nel caso Bala funzionò perché i dettagli combaciavano con elementi tenuti segreti agli inquirenti. Ma un pubblico ministero non può portare in aula un libro e dire: guardate, ha scritto un omicidio, quindi è un assassino. Sarebbe assurdo. Metà degli scrittori del pianeta finirebbe in galera. Ed è proprio in questa impunità della finzione che il colpevole trova il suo rifugio.

La colpa che si travasa nei personaggi

C'è un altro modo, più sottile, in cui la colpa entra nella scrittura. Non come confessione deliberata, ma come ossessione che filtra da sola. Lo scrittore non vuole dire nulla, eppure la stessa ferita torna in ogni libro. Lo stesso bambino morto. La stessa casa infestata di rimpianto. Lo stesso personaggio che cerca, capitolo dopo capitolo, una forma di redenzione impossibile.

Questo è il territorio più interessante, secondo me. Perché non riguarda solo gli assassini. Riguarda chiunque scriva. Ogni narratore trascina i propri fantasmi nella storia, che lo voglia o no. La differenza tra un giallo qualunque e un noir che ti resta addosso è quasi sempre questa: nel secondo, l'autore sta pagando un debito personale. Non ti sta intrattenendo. Si sta togliendo un peso.

James Ellroy è l'esempio più celebre. L'omicidio irrisolto di sua madre, quando lui era bambino, ha nutrito un'intera opera. Non a caso, tra i libri che ama, c'è un romanzo su un delitto realmente accaduto: Il titolo, tradotto, dice tutto: vere confessioni. E non è un caso che Confessione e redenzione, ancora una volta, nella stessa frase.

Ellroy è arrivato a scrivere un libro intero, I miei luoghi oscuri, in cui riapre il caso della madre e indaga su se stesso quanto sull'assassino mai trovato. È lì che la maschera cade del tutto. Lo scrittore ammette che tutta la sua produzione, dalla Dalia Nera alla quadrilogia di Los Angeles, è stata un lungo tentativo di girare intorno a quel corpo abbandonato nel 1958. La finzione, per lui, non era un nascondiglio della colpa ma una ricostruzione della perdita. Due facce dello stesso bisogno.

Il rovescio: la confessione che non è vera

Bisogna diffidare, però, dell'idea romantica che ogni confessione sia sincera. Il crime ci ha insegnato anche il contrario. Esistono uomini che confessano delitti mai commessi, per fame di attenzione o per follia. Il caso di Henry Lee Lucas è il monumento a questa perversione:

Lucas si era costruito una carriera da mostro. Diceva agli investigatori quello che volevano sentire, chiudeva casi irrisolti in cambio di sigarette e trattamenti di favore, godeva della propria fama nera. Alla fine emerse che in molte delle date in cui giurava di aver ucciso si trovava a centinaia di chilometri dal luogo del delitto. La confessione era diventata uno spettacolo, e lui l'attore protagonista.

Ecco perché la finzione è un terreno così scivoloso quando si cerca la verità dentro di essa. Un dettaglio nel romanzo di Bala poteva incastrarlo. Ma altri dettagli, in altri libri, non provano nulla. Uno scrittore può descrivere un omicidio semplicemente perché ha talento, perché ha letto molto, perché ha immaginato bene. La linea tra chi confessa e chi inventa non è quasi mai netta. Sta in una zona grigia dove il lettore, e a volte il giudice, deve scommettere.

È la stessa zona grigia in cui abita il noir mediterraneo, quello sporco e devoto, dove la colpa non è mai pulita e il colpevole non è mai del tutto colpevole. A Napoli lo sanno bene. La città è un tribunale morale a cielo aperto, dove ognuno porta il proprio peso e ognuno cerca, in un miracolo o in una preghiera o in una pagina scritta di notte, una via d'uscita.

Il sacramento laico della scrittura

Vale la pena fermarsi su una parola che è tornata più volte: confessione. Non è casuale che la stessa parola valga per il sacramento cattolico e per l'ammissione di un delitto davanti a un poliziotto. C'è un filo che unisce il buio del confessionale, la sala interrogatori con la luce sbattuta in faccia e la scrivania dello scrittore alle tre di notte. In tutti e tre i luoghi qualcuno cerca di alleggerirsi di un peso dicendolo a voce.

La differenza è nel destinatario. Nel confessionale c'è un prete e, dietro di lui, si suppone, Dio. Nell'interrogatorio c'è lo Stato. Alla scrivania non c'è nessuno, o meglio: c'è un lettore ipotetico, uno sconosciuto futuro che leggerà e forse capirà, forse no. È la forma di confessione più solitaria e insieme più universale. Non chiede assoluzione a una persona precisa. La cerca nel vuoto, sperando che qualcuno, un giorno, la raccolga.

Forse è per questo che tanti scrittori descrivono l'atto di scrivere come una necessità fisica più che una scelta. Non decidono di raccontare quella storia. La storia li braccava già, e scriverla era l'unico modo per smettere di essere inseguiti.

Scrivere per non morire di silenzio

Alla fine resta una verità semplice e antica. Il segreto pesa. La colpa cerca aria. E da quando esiste la scrittura, gli esseri umani la usano anche per questo: per dire l'indicibile fingendo di inventarlo.

Non tutti gli scrittori hanno un cadavere nel passato, per fortuna. Ma tutti, in qualche misura, scrivono per sopravvivere a qualcosa. Per addomesticare un fantasma. Per mettere in fila un caos che altrimenti li divorerebbe. Il romanziere che nasconde un delitto vero è solo la versione estrema di un impulso comune a chiunque prenda una penna.

La prossima volta che chiudi un noir con quella sensazione di aver toccato qualcosa di autentico, prova a chiederti da dove viene. Forse non è bravura. Forse è un debito che qualcuno stava saldando, riga dopo riga, sperando che tu non te ne accorgessi.

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