C'è una stanza sottoterra, nel cuore di Napoli, dove due scheletri stanno in piedi da più di due secoli. Non sono ossa nude. Sono avvolti in una ragnatela rossa e blu di arterie e vene, così precisa che per secoli l'hanno creduta vera. Un uomo e una donna. Ai piedi della donna, un tempo, c'era anche un feto. Chi scende nella cavea della Cappella Sansevero prova quasi sempre la stessa cosa: un misto di ammirazione e disagio, la sensazione di guardare qualcosa che non dovrebbe stare lì.
Quelle che oggi chiamiamo Macchine anatomiche sono il punto di partenza perfetto per parlare di una Napoli che pochi conoscono. Non la città del sole e del mandolino, e nemmeno solo quella della cronaca nera. Una Napoli-laboratorio, dove per secoli si è mescolato tutto: chimica, medicina, magia, fede, denaro, imbroglio.
Due scheletri e una leggenda nera
Partiamo dai fatti, per quanto è possibile. Le due Macchine anatomiche furono commissionate da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, a un anatomista palermitano di nome Giuseppe Salerno, intorno al 1760. Sono lo scheletro di un uomo e quello di una donna incinta, rivestiti da un sistema artero-venoso ricostruito con una minuzia che arriva ai capillari.
Il punto è proprio questo. La riproduzione del sistema artero-venoso è stupefacente fin nei vasi sanguigni più sottili, sebbene le conoscenze di anatomia dell'epoca non fossero tanto precise. Da qui è nato tutto il resto.
Il resto è la leggenda nera. Si diceva che il principe praticasse la magia nera, che compisse riti sinistri ed esperimenti sui suoi servitori. Intorno al 1760 avrebbe iniettato un liquido metallizzante nelle arterie di due schiavi, attendendo che la loro carne si consumasse per rivelare gli scheletri rivestiti dall'intera rete di vasi. Perfino Benedetto Croce raccolse la voce popolare, e la mise nero su bianco.
Gli studi seri hanno ridimensionato la storia: si tratta con ogni probabilità di modelli didattici, costruiti con cera, fili metallici e materiali colorati. Ma la leggenda è più resistente della verità. E dice qualcosa di preciso sulla città.
Vale la pena soffermarsi su un dettaglio tecnico che rende tutto più inquietante. Per molto tempo si è pensato che le vene fossero autentiche, vasi umani trattati con qualche procedimento di conservazione. Solo analisi recenti hanno confermato la presenza di materiali di sintesi: cera d'api, filo di ferro, seta. Eppure il feto ai piedi della donna, oggi scomparso, alimentava il sospetto peggiore. Un feto ricostruito con quella precisione, in pieno Settecento, appariva a molti come una piccola bestemmia contro la natura. Il confine tra il modello scientifico e la profanazione, agli occhi di un popolo devoto, quasi non esisteva.
Il principe che faceva paura ai vicini
Raimondo di Sangro è il vero personaggio da romanzo di questa storia. Inventore, militare, letterato, massone, sperimentatore ossessivo. Uno di quei nobili settecenteschi che passavano le notti chini su alambicchi e formule, in un'epoca in cui il confine tra scienza e alchimia era ancora sottile.
La cosa interessante è come lo vedevano i napoletani del tempo. Si chiedevano cosa avvenisse la notte nel suo palazzo, sentendo rumori insoliti, strani odori e bagliori inquietanti. Il suo laboratorio divenne presto il luogo più leggendario della città. Non un santuario, non una chiesa: un laboratorio. Il luogo dove un uomo prova a piegare la materia.
La lista delle sue invenzioni, quelle documentate, basterebbe a riempire un catalogo di curiosità. Una polvere pirica di colore diverso dal solito, apprezzata perfino da Carlo di Borbone. Una carrozza in grado di muoversi sull'acqua, o almeno così si racconta, che avrebbe attraversato un tratto di mare tra lo stupore dei presenti. Una macchina idraulica, un cannone di lega leggera, tessuti impermeabili, un lume perpetuo alimentato da una sostanza chimica di sua invenzione. Ogni oggetto, per chi non capiva, era un miracolo o una diavoleria. Non c'era una terza possibilità.
C'è poi il capitolo della sua condanna. Nel 1751 la Chiesa mise all'Indice una sua opera, la Lettera Apologetica, un testo denso di riferimenti a scritture segrete e simboli esoterici. Papa Benedetto XIV lo scomunicò. Di Sangro fece atto di sottomissione e la scomunica fu revocata, ma il marchio restò. Un principe scomunicato che di notte fa brillare bagliori strani in un palazzo del centro: il materiale della leggenda si scrive quasi da solo.
Perfino la sua morte è diventata racconto. Una delle versioni più diffuse vuole che il principe si fosse fatto tagliare a pezzi da un suo servo, convinto di potersi poi ricomporre. Una fantasia, ovviamente. Ma è la fantasia giusta per chi in vita aveva promesso di dominare la carne e il sangue.
C'è un dettaglio che vale più di mille discorsi. Nell'affresco della sua cappella, la Gloria del Paradiso, i colori si sono conservati intatti per quasi tre secoli. Pare grazie a una vernice inventata da lui. La meraviglia e il sospetto, sempre insieme. Chi sa fare cose che gli altri non capiscono viene ammirato e temuto allo stesso modo.
Cagliostro, il grande imbroglione con la parlata siciliana
Nella stessa Napoli, pochi anni prima e poco dopo, passa un altro nome che vale un intero genere letterario: Cagliostro. Al secolo Giuseppe Balsamo, siciliano, cresciuto nei quartieri poveri di Palermo, che a un certo punto smette di essere un piccolo truffatore e diventa un mito europeo.
La sua biografia è un thriller picaresco. C'è la caccia a un tesoro sul Monte Pellegrino, un socio pestato a sangue e lasciato a credere di essere stato aggredito dai djinn. Ci sono viaggi veri o inventati in Egitto, in Grecia, a Malta, dove un maestro misterioso di nome Althotas gli avrebbe insegnato l'alchimia. E c'è, sempre, Napoli. Tornato a Napoli, si mise in società con un prete e aprì una casa da gioco.
Il bello è che nessuno sa dove finisca la truffa e cominci l'iniziazione. La tradizione massonica lo lega proprio alla città. Secondo la leggenda massonica successiva, Cagliostro venne iniziato agli Arcana Arcanorum a Napoli. Un segreto dentro un altro segreto.
La sua parabola finale è tra le più cupe del secolo. Arrestato a Roma nel 1789 su denuncia, pare, della stessa moglie Lorenza, fu processato dall'Inquisizione con l'accusa di eresia e stregoneria massonica. Condannato a morte, ebbe la pena commutata nel carcere a vita. Morì nel 1795 nella fortezza di San Leo, sull'Appennino, in una cella scavata nella roccia dove il carceriere gli passava il cibo dall'alto, come a una belva. L'uomo che aveva promesso l'immortalità a mezza Europa finì murato vivo, senza sepoltura certa. Un destino che sembra un contrappasso scritto da un romanziere.
E qui il cerchio si stringe. Nella Napoli del Settecento si era formato un circolo esoterico intorno a Raimondo di Sangro, nobile brillante ed eccentrico noto per le sue invenzioni scientifiche e i suoi esperimenti alchemici. In questo ambiente si studiava ciò che chiamavano Arcana Arcanorum, una conoscenza di alchimia, magia e cabala tramandata attraverso pochi iniziati. Il principe che spaventava i vicini e l'avventuriero che truffava mezza Europa respiravano la stessa aria.
Il segreto dei segreti, importato di contrabbando
C'è un particolare che mi diverte, in questa storia, perché somiglia al MacGuffin di un romanzo di spionaggio. Quel presunto sapere segreto, gli Arcana Arcanorum, non resta chiuso a Napoli. Viaggia.
La ricostruzione storica racconta che quei gradi altissimi della massoneria egizia furono portati fuori dall'Italia da ufficiali dell'esercito napoleonico. La prima loggia francese di Misraïm fu fondata a Parigi tra il 1814 e il 1815 dai fratelli Bédarride, ufficiali dell'esercito italiano di Napoleone, che avevano portato il rito da Napoli. La ricerca storica indica che il rito potrebbe risalire a un brevetto rilasciato da Cagliostro, prima di diffondersi nelle logge franco-italiane del Regno di Napoli.
Provate a leggerla come una trama. Un sapere proibito, custodito in un palazzo dove si costruiscono scheletri, viene infilato nel bagaglio di soldati in ritirata e riemerge a Parigi vestito da rituale segreto. Non serve inventare niente. La città l'ha già scritto.
Il rito di Misraïm, e più tardi quello di Memphis, arrivarono a contare decine di gradi, una scala vertiginosa di iniziazioni che culminava proprio negli Arcana Arcanorum. Gli storici della massoneria discutono ancora sulla natura di quel vertice: pratica alchemica interiore, tecnica di respiro e concentrazione, o semplice mitologia costruita a posteriori per dare prestigio a logge marginali. Nessuno lo sa con certezza. Ed è forse questa la parte più napoletana di tutta la faccenda: un segreto che vale proprio perché resta segreto, che perderebbe ogni potere nel momento in cui venisse svelato. La città vive di questo, di promesse mai mantenute e mai smentite del tutto.
Kremmerz, l'ultimo mago con la cattedra
Il filo arriva fino al Novecento con un personaggio che sembra uscito da un racconto di confine. Si chiamava Ciro Formisano, ma il mondo lo conosce come Giuliano Kremmerz.
Nacque a Portici, vicino Napoli, l'8 aprile 1861, e morì a Beausoleil, nel Principato di Monaco, il 7 maggio 1930. Non era un ciarlatano da fiera. A soli diciassette anni aveva già l'abilitazione all'insegnamento di letteratura italiana, storia e geografia per la provincia di Napoli; conseguì il dottorato in lettere all'Università di Napoli nel 1883, dedicandosi poi all'insegnamento e al giornalismo. Un professore, insomma. Un uomo di scuola che scriveva articoli.
E però. Da giovane si trovò a diretto contatto con un anziano e dotto misantropo, Pasquale De Servis, conosciuto dagli ermetisti del tempo come Izar. Da lì la deriva. Nel 1896 Kremmerz fondò la Confraternita Terapeutica e Magica di Myriam. Una fratellanza che, almeno nelle intenzioni, univa magia e cura, rituale e medicina.
Kremmerz aveva capito una cosa moderna: la parola giusta cambia tutto. Cominciò con l'accantonare il termine magia in favore del più spendibile Scienza Integrale. È lo stesso trucco di sempre, quello del principe e dell'avventuriero. Chiamare scienza ciò che gli altri chiamano stregoneria, e viceversa, a seconda di chi ti ascolta.
Il progetto di Myriam era ambizioso e, a suo modo, generoso. Kremmerz sosteneva che la fratellanza potesse guarire i malati a distanza, attraverso catene di volontà e preghiere strutturate come veri protocolli. Molti seguaci erano medici, farmacisti, avvocati, persone istruite che di giorno esercitavano professioni rispettabili e di notte si dedicavano a una terapia invisibile. Non contadini superstiziosi, ma la borghesia colta di fine Ottocento, quella che leggeva Darwin e Spencer e insieme cercava una porta sul mistero. È il tratto che rende Kremmerz così interessante: la sua magia non nasceva contro la scienza, ma dentro la promessa scientista di dominare la natura. Solo che spingeva quella promessa fino a un punto in cui la scienza non poteva più seguirlo.
Una città che tramanda formule
Prima di chiedersi perché tutto questo finisca a Napoli, conviene notare come questi personaggi non abbiano mai smesso di parlarsi tra le epoche. Kremmerz citava Cagliostro. I circoli ermetici napoletani del primo Novecento guardavano a Raimondo di Sangro come a un antenato spirituale. Ogni generazione ha ripreso il filo della precedente, spesso deformandolo, sempre rivendicandolo.
È un fenomeno che gli storici delle idee conoscono bene: le tradizioni esoteriche vivono di catene di trasmissione, vere o presunte. Contano più i maestri leggendari degli argomenti. E Napoli, in questo, è un archivio a cielo aperto, dove nessun sapere si perde davvero, ma si sedimenta, si trasforma, riemerge sotto un altro nome. Gli Arcana Arcanorum di Cagliostro diventano la Scienza Integrale di Kremmerz, che a sua volta alimenterà gruppi ermetici attivi ben oltre la sua morte.
Perché tutto questo finisce in Napoli
Uno storico direbbe che sono coincidenze, o al massimo un ambiente colto e curioso che nel Settecento fioriva in mezza Europa. È vero. Ma resta la domanda: perché è a Napoli che queste storie mettono radici così profonde?
Ho un'ipotesi. Napoli è una città dove il sangue conta. Il sangue di San Gennaro che si scioglie due volte l'anno e detta l'umore di una città intera. Il sangue delle faide e della cronaca nera. Il sangue finto, rosso e blu, che riveste due scheletri in una cripta. In una città così, l'idea che si possa manipolare la materia della vita non è filosofia astratta. È qualcosa che tocca il nervo scoperto della fede popolare.
Non è un caso che proprio a Napoli il miracolo abbia una data fissa in calendario, un orario, quasi un bollettino. La città ha sempre preteso che il soprannaturale si presentasse puntuale, verificabile, ripetibile. Ha applicato al sacro una logica quasi da laboratorio. E allora l'alchimista, con i suoi alambicchi e le sue formule, non è che il cugino profano del santo che scioglie il sangue. Entrambi promettono di forzare la materia a obbedire. Entrambi lavorano sul confine dove la fede diventa esperimento e l'esperimento diventa fede.
C'è poi la geografia. I vicoli come labirinto, le edicole votive a ogni angolo, i sotterranei, le cavee, le stanze chiuse dei palazzi nobiliari. Una città verticale, piena di sottoscala e di segreti. Il posto ideale per nascondere un laboratorio, o una loggia, o una promessa di immortalità. Napoli è costruita su sé stessa, strato su strato, con acquedotti greci sotto le fondamenta barocche e catacombe sotto le chiese. È una città che ha sempre avuto un sotto, e un sotto del sotto. Perfetta per chi cerca un luogo dove nascondere ciò che non deve essere visto.
Vale la pena dire una cosa, per onestà. Gran parte di questo materiale è leggenda, non storia. Le Macchine anatomiche sono modelli, non servi assassinati. Cagliostro era più imbroglione che iniziato. Gli Arcana Arcanorum sono un rebus che nessuno ha mai sciolto davvero. Ma la letteratura di genere vive esattamente in questa zona grigia, tra il documento e la diceria, tra il verbale e la voce di popolo.
Chi scrive noir a Napoli lo sa. La città non è solo lo sfondo del delitto. È il laboratorio dove il delitto viene distillato, come una sostanza. Ogni vicolo custodisce una formula. Ogni palazzo ha una stanza chiusa. E da qualche parte, ancora oggi, c'è sempre qualcuno convinto di poter trasformare il piombo in oro, o il sangue in metallo, o la colpa in redenzione.
Articolo pubblicato su frankcavallo.it —
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24 settembre 2026 · © 2026 Frank Cavallo




