Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Il Pallone di Dios - Ordina su Amazon Blog di Frank Cavallo: storie nere e magia urbana
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Perché il noir nasce dal sesso e finisce nel sangue

Nel noir non è l'avidità a rovinare gli uomini, ma il desiderio. E la donna fatale, più che una colpevole, è lo specchio in cui il protagonista riconosce ciò che vuole davvero.

Perché il noir nasce dal sesso e finisce nel sangue

C'è una forza che attraversa la vita e che raramente osiamo guardare in faccia. Non l'abbiamo inventata noi. Viene da molto lontano, da quando i primi organismi smisero di duplicarsi da soli e cominciarono a cercarsi. Il desiderio è nato in quel momento, insieme alla mortalità. Due esseri che si uniscono per creare qualcosa che nessuno dei due può fare da solo, e che proprio per questo è destinato a finire.

Lo scriveva, in un libro dimenticato sulla spiritualità del sesso, l'inglese J.G. Bennett. Diceva una cosa che mi ha colpito: il desiderio nasce da un luogo profondissimo, dove abitano tutte le nostre domande più intime. Non è un accessorio della vita. È il suo fondamento inquieto.

Ecco perché il noir, il più cupo tra i generi del crimine, non parla quasi mai di ladri professionisti o di rapine perfette. Parla di persone qualunque travolte da quello che vogliono. Il desiderio, nel noir, è la vera scena del delitto.

Il genere più nero di tutti

Prima di andare avanti, mettiamo ordine. Molti confondono il noir con il romanzo hardboiled, quello dei detective duri e disillusi. Ma non sono la stessa cosa. Il noir è qualcosa di più oscuro e disperato.

Come spiega la voce enciclopedica dedicata al genere, il noir indica un'oscurità marcata nei temi, di solito con una miscela inquietante di sesso e violenza. E la differenza col hardboiled è tutta nel protagonista. Il noir è centrato su personaggi che sono vittime, sospettati o colpevoli, e spesso autodistruttivi.

La scrittrice Megan Abbott ha dato la definizione più elegante di questa distanza. Nell'hardboiled, alla fine, l'eroe fa la cosa giusta o quasi, e un po' d'ordine viene ristabilito. Il noir è diverso. Nel noir non si torna indietro. Il tono resta cupo, e i personaggi vengono trascinati verso il basso da avidità, lussuria, gelosia e alienazione, mentre i loro piani vanno inevitabilmente a rotoli.

La parola chiave, in quella lista di vizi, è lussuria. Perché è quella che accende tutte le altre. Prova a rileggere i grandi romanzi del genere con questa lente. Sotto ogni movente apparente, sotto ogni calcolo freddo, c'è quasi sempre un corpo desiderato. Il denaro è spesso solo la scusa razionale che il protagonista si racconta per non ammettere la verità più imbarazzante.

Non l'avidità, ma il desiderio

Prendiamo il capolavoro fondativo del genere, "La fiamma del peccato" di James M. Cain, il romanzo da cui Billy Wilder trasse il film "Double Indemnity". Un assicuratore incontra la moglie di un cliente. In poche pagine è pronto a uccidere per lei. La lettura ingenua dice: è colpa di lei, lo ha sedotto e manipolato.

Ma è una lettura sbagliata. Walter Neff non si distrugge perché Phyllis Dietrichson lo seduce e lo spinge all'omicidio. Si distrugge perché lui voleva commettere quell'omicidio, voleva i soldi, voleva la trasgressione, e lei gli ha fornito soltanto l'occasione.

È una distinzione decisiva. Il desiderio non arriva da fuori. È già dentro. La donna fatale non lo crea, lo rivela. La femme fatale nel noir serio è uno specchio, non una causa. Riflette al protagonista, e al lettore, desideri che l'ordine sociale diurno esige restino inconfessati.

Cain lo sapeva bene. Nella sua opera più celebre, "Il postino suona sempre due volte", il meccanismo si ripete quasi identico. Un vagabondo entra in una tavola calda, vede la moglie del proprietario e da quel momento la sua vita è segnata. Non c'è un piano criminale premeditato all'inizio. C'è solo un uomo che desidera, e il desiderio scava un tunnel che porta dritto al delitto. Cain scriveva in fretta, con periodi asciutti, quasi telegrafici. Quello stile spoglio serviva a togliere ogni orpello morale. Restavano solo l'impulso e le sue conseguenze.

Questo è il punto in cui il noir smette di essere intrattenimento e diventa qualcosa di più scomodo. Ci mette davanti a ciò che vogliamo e non diciamo. Non a caso il desiderio, sessuale, emotivo o psicologico, guida la narrazione con più forza della logica. L'ossessione restringe il campo morale del personaggio fino a rendere secondarie le conseguenze.

La donna che spaventava perché non poteva essere controllata

Facciamo un passo indietro e chiediamoci da dove venga questa figura. La femme fatale non è un'invenzione di Hollywood. È antichissima. Le sue prime incarnazioni compaiono nelle tradizioni mitologiche e religiose, dove è spesso ritratta come una figura che porta rovina agli uomini attraverso bellezza e astuzia.

Pensa a Circe che trasforma i marinai di Ulisse in porci. Pensa alle Sirene, il cui canto attira i naviganti sugli scogli. Pensa a Dalila che scopre il segreto della forza di Sansone e lo consegna ai suoi nemici. Pensa a Salomè che chiede la testa del Battista su un vassoio. La cultura ha sempre avuto paura del desiderio femminile e lo ha travestito da minaccia. La versione moderna, quella con la sigaretta e l'impermeabile, è solo l'ultimo abito di un archetipo millenario.

Anche l'Ottocento aveva la sua ossessione per queste donne. I pittori preraffaelliti dipingevano dame dai capelli fluenti e dagli occhi malinconici che promettevano perdizione. I romanzieri decadenti costruivano eroine crudeli e affascinanti. La "Carmen" di Prosper Mérimée, la sigaraia libera e indomabile che José uccide per non poterla possedere del tutto, è già una femme fatale in tutto e per tutto. Il noir non ha fatto altro che ereditare questa lunga genealogia e portarla nei vicoli bui delle metropoli industriali.

La forma che riconosciamo si cristallizza però in un momento preciso. L'archetipo classico emerge nei giorni della narrativa hardboiled degli anni Trenta, un genere molto influente per questo tipo di personaggio e per il cinema in cui poi sarebbe fiorito. Il film noir codificò definitivamente la figura.

E qui c'è un dettaglio storico che spiega tutto. Il noir cinematografico nasce intorno alla Seconda guerra mondiale. Gli uomini sono al fronte o tornano distrutti dalle trincee. Le donne hanno lavorato nelle fabbriche, hanno gestito le case da sole, hanno imparato l'indipendenza. In un'epoca di cinismo e incertezza, una donna che non aveva interesse per la maternità, che pensava solo a sé e soprattutto non poteva essere controllata, risultava insieme seducente e spaventosa.

Il meccanismo della trappola

C'è una struttura ricorrente in queste storie, quasi un rituale. Vale la pena smontarla per capire come funziona. La donna entra in scena sembrando fragile. Chiede aiuto. Il protagonista, che pure fiuta il pericolo, non riesce a tirarsi indietro.

È esattamente lo schema che ritroviamo nei classici. Nei film degli anni Quaranta la femme fatale si sviluppa come una donna che a prima vista può sembrare innocente. Entra nella storia apparendo vulnerabile e chiedendo aiuto all'uomo, come se stesse tendendo una trappola, e una volta che lui è caduto è troppo invischiato per uscirne.

Nella "Fiamma del peccato" come nel "Mistero del falco" di Dashiell Hammett, il congegno è identico. La ragnatela. Brigid O'Shaughnessy, la cliente di Sam Spade, si presenta come una donna terrorizzata e in pericolo. Solo pagina dopo pagina si scopre che dietro quella fragilità c'è una manipolatrice implacabile. Eppure Spade, a differenza di Walter Neff, riesce a resistere. È questo che lo rende un eroe hardboiled e non una vittima noir. La sua frase finale, quando consegna alla polizia la donna che ama, resta una delle più gelide della letteratura poliziesca.

Ma attenzione a non ridurre tutto a questo. I migliori scrittori del genere hanno reso queste donne molto più che trappole viventi. Alcune dubitano. Alcune si pentono. Nei film le femmes fatales potevano essere complesse: mettevano in discussione le proprie motivazioni, si chiedevano se stessero facendo la cosa giusta, ed è per questo che alcune finiscono per rimpiangere le loro azioni, anche se troppo tardi.

Il che ci riporta al cuore della questione. Se fosse solo una manipolatrice, sarebbe un ingranaggio della trama. Invece è un essere umano che vuole qualcosa, di solito qualcosa di legittimo, negato però dal mondo intorno a lei. Spesso questi personaggi sono intrappolati dalle loro circostanze o mossi da un desiderio di vendetta. La donna fatale, in fondo, vuole spesso solo la libertà che le è stata sottratta. Il denaro è la porta d'uscita, l'uomo lo strumento. La colpa nasce dai mezzi, non dal fine.

Napoli, il noir e il desiderio di riscatto

Fa un certo effetto pensare a queste dinamiche guardando la mia città. Napoli è un teatro naturale del noir. Non solo per la cronaca nera, che purtroppo abbonda, ma per qualcosa di più profondo che riguarda proprio il desiderio.

In una città dove il confine tra sopravvivenza e ambizione è sempre stato sottile, il desiderio di una vita migliore assume un peso drammatico. Le storie di Maurizio de Giovanni, dal commissario Ricciardi ai Bastardi di Pizzofalcon, sono attraversate da questa tensione. I delitti nascono quasi sempre da un sentimento eccessivo, da un amore negato, da una passione che deborda. Ricciardi, che vede i morti e ne ascolta l'ultima frase, sa bene che dietro ogni cadavere c'è sempre un desiderio che ha superato il limite.

C'è una frase ricorrente nei suoi romanzi. Le uniche due cause di ogni delitto sono la fame e l'amore. È un'intuizione perfettamente noir. La fame è il bisogno del corpo, l'amore è il desiderio dell'anima. E quando l'uno o l'altro superano la misura, il sangue è quasi inevitabile. Napoli, con la sua bellezza feroce e la sua fame di riscatto, è la scenografia ideale per raccontare questa verità antica.

Perché ci somiglia più di quanto vorremmo

A questo punto qualcuno potrebbe storcere il naso. Sesso, tradimento, omicidio: roba estrema, lontana dalla vita di tutti. Ed è vero. Una scrittrice del genere lo ammette con ironia. Mentre tutti a volte inciampiamo in scelte sbagliate, la combinazione di sesso, avidità e omicidio non colora le nostre giornate.

Eppure il noir ci parla proprio perché non inventa nulla. Prende impulsi che abbiamo tutti e li spinge fino in fondo. I protagonisti sono su una strada verso la rovina, mossi dai loro tratti narcisistici. In romanzi come "La fiamma del peccato" non intendono commettere un omicidio, ma ciò che li muove, la lussuria, il desiderio di una vita migliore, il denaro, è ciò che li conduce alla fine.

Il noir funziona come una lente d'ingrandimento morale. Prende un impulso quotidiano, l'attrazione per qualcuno, l'invidia per chi ha di più, il fastidio verso chi ci ostacola, e lo ingrandisce fino a mostrarne il potenziale distruttivo. Non ci dice che siamo assassini. Ci dice che la distanza tra noi e l'assassino è fatta solo di occasioni mancate e di limiti che, per fortuna, non abbiamo mai varcato.

C'è una ragione precisa per cui questi personaggi restano con noi molto dopo l'ultima pagina. Raramente sono mossi solo dalla giustizia. Li muovono la colpa, l'ossessione, il desiderio, il risentimento, e per questo continuano a vivere nella nostra mente. Non risolvono i problemi con eleganza. Li complicano, come facciamo noi.

Uno specchio che non si smette di riscrivere

Il bello è che il genere non è affatto morto. Continua a mutare, e la donna fatale con lui. Le scrittrici contemporanee hanno preso l'archetipo e lo hanno rovesciato. Penso a Megan Abbott, che ha costruito la sua opera intorno a donne che giocano duro e vengono giocate a loro volta.

Nei suoi romanzi le donne lottano con tutte le forze, sono le giocatrici e insieme vengono usate, e il corpo stesso diventa un territorio conteso di desiderio e scontro. Non più solo l'esca nella ragnatela, ma il ragno e la mosca insieme. Abbott ambienta spesso le sue storie in mondi femminili apparentemente innocenti, squadre di cheerleader, palestre di ginnastica, laboratori scientifici, e ci mostra quanta violenza e quanto desiderio covino sotto la superficie. È il noir che finalmente racconta il desiderio dal punto di vista di chi, per secoli, ne era stato solo l'oggetto.

Anche autrici come Gillian Flynn, con la sua Amy Dunne di "L'amore bugiardo", hanno riscritto la femme fatale rendendola narratrice della propria storia. Non più vista attraverso gli occhi affamati di un uomo, ma padrona del racconto, capace di manipolare il lettore stesso. È un ribaltamento potente. La donna che un tempo era lo specchio ora impugna lo specchio e lo gira verso di noi.

Torno allora a quell'idea da cui siamo partiti. Il desiderio come luogo profondo dove abitano tutte le nostre domande. Il noir è il genere che ha avuto il coraggio di scendere fin lì e di guardare. Non ci consola. Non ci assolve. Ci mostra soltanto quello specchio, e nello specchio c'è una donna che ci sorride, e dietro di lei, sfocato, ci siamo noi. Con tutto ciò che vogliamo e non abbiamo mai detto ad alta voce.

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