Buttarci in faccia l'Odissea, così. A noi poi che la prosa greca la mastichiamo da anni: tautotenizòn kai etnocòs, kai eggregoròs e tutto. Noi che per le bianche braccia di Elena saremmo stati disposti - e non dire che non lo sapevi cazzo - a farci trascinare già cadaveri come coso fu trascinato dietro al cocchio di quell'altro, e no, non era Ben Hur. O sì? Non importa guarda.
Ci sono notizie davanti alle quali un popolo di lettori malati come noi non può tacere.
Andiamo con ordine, mi asciugo la schiuma dalle labbra: voglio essere lucido.
Da oggi, nelle sale italiane, c'è l'Odissea di Christopher Nolan. Avete letto bene: "di Christopher Nolan". Come se l'Odissea potesse essere "di" qualcuno. E soprattutto di qualcuno che non siamo noi. Perché diciamolo subito, a scanso di equivoci: noi l'Odissea l'abbiamo letta. Tutta. Ventiquattro canti, dal proemio all'ultima riconciliazione. Anche il canto secondo, quello che... quello bellissimo. E l'abbiamo letta nella traduzione giusta, naturalmente. La Pindemonte. O la Calzecchi Onesti. Comunque quella giusta, non quella sbagliata che avete letto voi americani moderni. Su quale sia la giusta ci stiamo ancora accapigliando tra noi, ma su un punto siamo compatti: la vostra non lo è.
Noi per Omero abbiamo sofferto. Versioni alle otto del mattino, trenta esametri a testa, l'aoristo che veniva a cercarci di notte come una Furia. Il professore che ci fulminava dicendo che polytropos non si traduce, si abita. Nolan invece ha girato per mesi tra Favignana e le Eolie, con una troupe, un catering (perché magnano questi, eccome!) e il mare davanti. Chi dei due ha conquistato il diritto morale sul testo, secondo voi? Chi ha sudato sul vocabolario o chi ha fatto un sopralluogo a Panarea?
Del poema, per la cronaca, ricordiamo tutto. Polifemo, ovviamente. Le Sirene. Il cane Argo, che ci ha fatto piangere a tradimento e non glielo perdoneremo mai. Melampo! Perché hai tradito? Poi c'è tutto il resto, un oceano di meraviglie che non stiamo a elencare per non togliere spazio all'indignazione. Ci dicono che il film dà spazio perfino a Elpenore. Elpenore, capite? E chi sarebbe... ah, sì, Elpenore. Certo. Il nostro personaggio preferito. Da sempre. Quello della... esatto, proprio lui.
Il crimine principale, comunque, è sotto gli occhi di tutti: Nolan ha fatto un film d'azione. Quasi tre ore di tempeste, frecce, mostri e montaggio analogico, senza una sola didascalia che ci prenda per mano. I predecessori sapevano come si fa. Lo sceneggiato Rai del 1968, per dire: prima Ungaretti che declamava il proemio per interminabili minuti dorati, guardandoti dentro l'anima, poi la puntata, poi la spiegazione della puntata. Infine la nonna che non aveva ancora capito e noi davamo la colpa al tè con dentro l'anice che si era scolata. Ecco il rispetto. Ti annunciavano cosa stavi per capire, ti facevano capire, ti confermavano che avevi capito. Tre volte lo stesso contenuto: si chiama pedagogia. E prima ancora i peplum, dove ogni personaggio entrava in scena dichiarando nome, patronimico e funzione narrativa, come a un convegno. Nolan invece si fida dello spettatore. Si fida! Di noi! Ma come osa. Noi esigiamo di essere trattati da incapaci: è un diritto acquisito in decenni di voci fuori campo.
E poi il cast. Odisseo è Matt Damon, uno di Boston. Il re di Itaca con la faccia del Massachusetts. Telemaco è Tom Holland, cioè Spider-Man: ventotto secoli di tradizione e il figlio del polytropos è uno che spara le ragnatele. Non dite che nel film non lo fa: l'inconscio lo vede lo stesso come disse quel dottore austriaco famoso. Penelope è Anne Hathaway, che è brava, e questo ci irrita ancora di più perché ci toglie argomenti. Poi Zendaya, Robert Pattinson, Charlize Theron che fa Circe, Lupita Nyong'o, perfino John Leguizamo. Un red carpet, non un'ecumene omerica. Noi avremmo scelto attori greci. O almeno del Cilento, che è Magna Grecia e a occhio non si vede la differenza. Eppoi, il capolavoro: proprio Elena dalle bianche braccia è... nera? Lupita (che nome inadeguato per una che interpreta quel ruolo!) che ha pure detto che nel poema le donne non contano abbastanza. Ma per chi ci hai preso? Per quella schiuma woke che ti paga gli aperitivi, eh Chris? Hai presente quel generale che va forte qui? Per questo casting tra poco vedrai, Christopher, verremo a prenderti fin nel parcheggio.
C'è poi la questione tecnica, che ci indigna in modo speciale perché non la capiamo. Primo film della storia girato interamente con cineprese IMAX a pellicola, dicono. Come se l'esametro dattilico avesse bisogno del 70 millimetri. Omero era cieco, ricordiamolo: l'unico formato filologicamente corretto sarebbe lo schermo spento. E le riprese: Favignana, Lipari, Vulcano, Panarea. Le isole nostre. Quelle dove andiamo noi, ad agosto, a lamentarci dei prezzi. Adesso ci andrà il mondo intero e i prezzi saliranno, e sarà di nuovo colpa sua. Per Polifemo, poi, invece della computer grafica ha costruito un pupazzo animatronico di sei metri, artigianale, fisico, presente sul set. Che è esattamente quello che avremmo preteso a gran voce. E averlo ottenuto ci manda in confusione: ci ha tolto la lamentela dalla bocca un attimo prima che la pronunciassimo, che è la forma più raffinata di violenza. E quel cavallo di Troia mezzo sepolto sulla spiaggia? Che vuoi fare? Ricordarci la Statua della Libertà del Pianeta delle Scimmie? Maledetti, nooo. Proprio in una scena dove c'è un esercito invasore e una città assediata che per difendersi dice che è lecito bloccare lo Stretto di Hormuz?! Cosa stai tentando di dirci? Che la guerra, la nobile guerra omerica che noi abbiamo capito fino infondo, è la stessa anche oggi e ci riporterà all'età della pietra? O sul pianeta delle scimmie? Saremmo noi le scimmie???
E il colpo finale, la perfidia suprema: l'Italia lo vede per prima. Un giorno prima degli americani. Doveva essere un omaggio, immaginiamo, alla terra di Ulisse e delle Sirene. In realtà ci ha tolto anche l'attesa, che era il nostro genere letterario preferito. Come facciamo a dire "vedremo, vedremo" con aria scettica, se si vede già stasera sotto casa?
Naturalmente ci siamo indignati e abbiamo protestato nel modo più coerente possibile: comprando i biglietti con un anno d'anticipo. Estate 2025, prevendite aperte con dodici mesi di margine, sale IMAX polverizzate in poche ore, e in mezzo a quella fila digitale c'eravamo noi, con la carta di credito in una mano e lo sdegno nell'altra. Fila centrale, per indignarci da vicino. Qualcuno di noi ha perfino protestato per gli spoiler nei trailer. Gli spoiler. Di una storia di duemilaottocento anni fa. Ve lo diciamo noi, lo spoiler, gratis: torna a casa, si vendica, il cane muore. Prego, non c'è di che.
Poi ieri sono arrivate le recensioni, e i critici ci hanno traditi. Capolavoro, trionfo, vetta della carriera: i nostri fratelli d'armi, quelli che contavamo pronti al fianco nostro con le baionette, si sono messi ad applaudire in piedi. Per fortuna uno, uno solo, ha scritto che il film si fa più rispettare che amare, che abbaglia gli occhi ma non scalda il cuore. Quella frase l'abbiamo stampata, incorniciata e appesa in cucina. Un giusto a Sodoma c'è sempre.
"Sfida gli dei", dice la locandina. Gli dei, capito. Doveva sfidare noi: gli dei, al confronto, perdonano. Zeus scaglia il fulmine e passa oltre; noi apriamo un thread in dodici parti con le fonti. In ogni caso ci siamo preparati alla visione da persone serie: abbiamo riletto il poema per intero. Va bene, il riassunto. Va bene, la voce di Wikipedia. Ma con spirito critico, che è ciò che distingue noi dal pubblico generalista: loro leggono per capire, noi consultiamo per confermare.
Perché sia chiaro: non è che l'Odissea non si possa fare. È che andava fatta come l'avremmo fatta noi. Ventiquattro canti, ventiquattro ore di film, tempo reale. In greco antico, ovviamente, coi sottotitoli filologici e le varianti manoscritte a piè di schermo. L'invocazione alla Musa integrale, in metrica, con il pubblico che scandisce insieme. E il catalogo delle navi, completo, nave per nave, senza tagli... Ci comunicano in questo momento dalla regia che il catalogo delle navi sta nell'Iliade. Dettagli. Noi lo mettevamo lo stesso, per completezza. È lo spirito che conta. Vorresti tagliare gli Arcadi? Gli abitanti di Salamina? Le dodici navi nere? Chi? Parla!
E poi, fedeltà a Omero: d'accordo. Ma a quale? A quello che forse era una persona, forse sette, forse una tradizione orale lunga secoli in cui ogni aedo, ogni sera, in ogni corte, aggiustava la storia secondo il pubblico e il vino? Il director's cut lo hanno inventato loro, uno a serata. L'Odissea che veneriamo come marmo è già un montaggio di montaggi, una versione assemblata ad Alessandria da filologi che si accapigliavano tra loro peggio di noi nei commenti. Questa cosa preferiamo saperla e non pensarla, perché rovina l'indignazione.
C'è infine il dettaglio più fastidioso di tutti, e lo confessiamo a voce bassissima. Accusiamo Nolan di avere spezzato la cronologia: tre piani temporali, flashback, incastri, la solita ossessione. Ma l'Odissea comincia in medias res, cioè quasi alla fine, con il protagonista che per quattro canti interi racconta sé stesso in flashback, a cena, davanti a un pubblico di Feaci che lo mantiene a sbafo, esagerando ogni dettaglio. Un narratore inattendibile, quasi certamente un narcisista che cerca di manipolare le ancelle dei feaci (forse addirittura delle minorenni) onde ricavarne favori sessuali, uno che si autocelebra dentro una struttura non lineare: Omero ha inventato Nolan con ventotto secoli d'anticipo. Questa frase non la ripeteremo mai in pubblico e vi preghiamo di dimenticarla immediatamente.
Anche perché noi, con gli adattamenti, siamo sempre stati generosi. Quando Camerini nel '54 mise Kirk Douglas a fare Ulisse, pazienza: altri tempi, altro candore. Quando i fratelli Coen trasformarono il poema in una ballata country con George Clooney e la retina per capelli, applaudimmo forte: che rilettura intelligente, dicemmo, che uso sofisticato dell'ipotesto. Quando Joyce ci scrisse sopra settecento pagine ambientate a Dublino, lo comprammo subito e lo mettemmo in libreria, bene in vista, con il segnalibro fermo a pagina nove dell'introduzione dal 2011. E lo sapevano tutti che in Italia l'aveva letto solo Umberto Eco. FORSE.
Il problema, si capisce, non è tradire Omero. È tradirlo con duecentocinquanta milioni di dollari e la fila fuori dal cinema. Il tradimento va consumato in povertà, tra pochi intimi, possibilmente senza che se ne accorga nessuno: un tradimento frugale che si chiama rigore.
E arriviamo così al punto, quello vero. Noi l'Odissea l'avremmo fatta meglio. Tutti, nessuno escluso. Ognuno di noi custodisce la propria versione definitiva, quella giusta, quella che finalmente renderebbe giustizia al testo. La nostra, per dire, esiste materialmente: si chiama Odissea_MIA_definitiva_v3_FINALE_quella_buona.docx, riposa in una cartella dal 2019 e aspetta solo un'ultima rifinitura, che poi sarebbe la prima.
Non la facciamo solo perché ci mancano i duecentocinquanta milioni, ovvio. E il tempo, che tra un thread indignato e l'altro non si trova mai. E la cinepresa IMAX, che pesa più di quaranta chili, e noi abbiamo la cervicale. E Favignana in stagione costa, lo sappiamo meglio di chiunque. Insomma, non la facciamo per una serie di ragioni tecniche, contingenti, esterne, che non scalfiscono minimamente la sostanza: e la sostanza è che la nostra sarebbe migliore di quella di Nolan.
Stasera comunque ci siamo stati. Fila centrale, pagata un anno fa. Braccia conserte per quasi tre ore, il sopracciglio già alzato dai titoli di testa, pronti a sussurrare al vicino "nel libro non era così", riferendoci con totale sicurezza a un libro che... insomma, ci siamo capiti. E va bene, se proprio insistete, eccolo, il vero motivo per cui non la facciamo noi, l'Odissea. Non sono i soldi. Non è il tempo. Non è la cervicale.
È che in sala, in fila centrale, ci sarebbe seduto uno come noi che scuote la testa. E dentro di noi sapremmo che ha ragione.
Articolo pubblicato su frankcavallo.it —
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17 luglio 2026 · © 2026 Frank Cavallo




